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Fuori porta San Vitale

martedì, settembre 29th, 2009

Il tram era un drago di ferro verde che aveva un solo occhio tondo e delle antenne che mandavano scintille, quando scampanellando sbucava da sotto il ponte della ferrovia. E a darti la misura della velocità pazzesca alla quale procedeva, soprattutto nella discesa dell’Olmo, c’era l’aria che ti sbatteva in faccia che dovevi chiudere gli occhi, te che eri a bordo seduta sui sedili di legno o in braccio a qualcuno.
A me piaceva molto andare in tram, ma i miei genitori quella volta lì che tornavamo dal cinema, si vede che avevano deciso di risparmiare i soldi del biglietto, però senza dirmi niente, che anzi alle mie richieste quand’è che si prende il tram quand’è che si prende il tram, rispondevano sempre alla prossima fermata. Finché arrivammo a casa. A piedi.
Andavo a scuola in via Rimesse. Subito dopo la cinta daziaria, prendevi una discesa a destra, e, dopo il passaggio a livello della Veneta, c’era la scuola elementare che aveva due ingressi separati, uno per i maschi e l’altro per le femmine, e davanti un cortile alberato. Adesso ci sono gli uffici del Quartiere.
A scuola c’era il sabato fascista e dovevo andarci vestita da Piccola Italiana che la signora maestra ci teneva molto e io non l’avevo mica questa divisa. Mi mettevano indosso una maglietta bianca e una qualunque sottanina nera a pieghe, che anche un orbo avrebbe subito visto che non era una vera divisa, ma alle mie rimostranze i miei dicevano che Balilla e Figli della Lupa erano delle gran sciocchezze per le quali non si poteva mica cacciar via i soldi.
In questi sabati fascisti tutta la mattina non si faceva altro che marciare su e giù nel cortile della scuola. E quando non si poteva marciare, perché, metti, pioveva o nevicava, si stava in classe a cantare fischialsassoo-lnomesquillaa-delragazzodi-por-toriaaa-elintre-pidoba-lillaastagigan-tene-lasto-riaaa. E io, giuro, che non ho mai capito come avesse fatto questo Balilla a diventare un eroe tirando sassi, azione da discoli ovvero delinquenti minorili, secondo gli insegnamenti dei miei genitori.
A scuola imparammo che il Duce era il nostro sommo condottiero e salvatore della Patria e noi nel tornare a casa compitavamo diligenti le scritte che lui aveva messo con la vernice nera su tutti i muri di San Vitale. Una diceva: Se le culle sono vuote la nazione invecchia e decade. Voleva dire che si dovevano fare moltissimi bambini, meglio se maschi, e i genitori della nazione più prolifici di figli maschi sarebbero stati conferiti di medaglia d’oro dal duce Mussolini in persona, avendo lui questo gran bisogno di non so quanti milioni di baionette per vincere la guerra.
Anche sulla mia prima pagella delle elementari (tutti ‘buono’, un solo ‘sufficiente’ in Lavori donneschi e manuali) c’erano disegnate delle baionette e dei pugnali. In alto c’era una scritta in grande che diceva ‘Vincere’, e sotto, raffigurata con una spada in mano, c’era una donna che si chiamava di nome Vittoria e di cognome Alata.
Ma un bel giorno, all’Olmo, incontrammo la zia Elvira che si mise a piangere con molte lacrime e grandi singhiozzi proprio davanti alla salumeria di Gino, tanto che la moglie del salumiere si affacciò curiosa facendo finta di guardare per aria per vedere se veniva a piovere, e intanto allungava le orecchie verso di noi e si asciugava le mani in un grembiale poco pulito. La moglie del salumiere, finita la guerra, scapperà poi via con un altro. Perché allora il divorzio non c’era, rompere un matrimonio era una cosa vietatissima dalla legge, così se qualcuno si stufava o cambiava idea o il coniuge proprio non lo poteva più soffrire e si innamorava invece di qualcun altro, scappava via con lui/lei, dove non si sa, e di loro non si sapeva mai più niente, come se fossero morti.
Dopo la mamma mi disse che la zia piangeva perché aspettava un altro bambino.
Ma non avrebbe dovuto essere tutta contenta?
Dico la verità, noi non vedevamo l’ora di diventar grandi per capirci qualcosa di più su questo guazzabuglio di mondo, ma non si sapeva mica se ce l’avremmo mai fatta a diventare grandi, perché, come se non bastasse la dieta bellica a base di patate e pane della tessera, fortemente sospettato, quest’ultimo, di essere fatto di segatura, a un certo punto si misero anche ad arrivare le fortezze volanti degli americani.
Prima suonava la sirena dell’allarme, poi dal cielo arrivava il rombo spaventoso dei bombardieri, e subito dopo con un fracasso d’inferno – roba da battere i denti dalla paura – un gran numero di bombe scoppiava, mirando questi americani ad ammazzarci tutti, si vede, nonostante noi bambini non gli avessimo mica mai fatto niente, neanche uno sgarbo o un dispetto, che non li avevamo nemmeno mai visti.
Che razza di mondo è mai questo? mi chiedevo tra me e me.
Le bombe buttavano giù le case, che dopo si chiamavano le macerie, e gli inquilini morivano. Quelli che riuscivano a salvarsi, si chiamavano i sinistrati e dovevano vivere in alloggi di fortuna sotto il portico del Ricovero.

Mirella Giordani

Un nonno un prato

lunedì, settembre 21st, 2009

Mio nonno si chiamava Arturo e stava alla Croce del Biacco, poco lontano da dove adesso abito io, in via Allende, che allora però non c’era la via Allende e nemmeno le altre strade c’erano, non c’erano i palazzoni né il centro commerciale, né niente. Qua era tutta campagna.

Era socialista mio nonno e diffondeva la stampa clandestina dappertutto qui intorno, alla Borgatella e alla Pulce di San Lazzaro,a Idice, a Osteria Nuova, alla Quaderna, alla Colunga, a Quarto. D’inverno, per difendersi dalla galaverna, si metteva la capparella e si calcava in testa un cappellaccio, che di lui si vedeva solo il naso – dicono avesse un gran naso – e via a pedalare per cavedagne e sentieri bianchi di neve o di brina per portare fino ai più isolati casolari tutte le più belle idee di giustizia e libertà. E la fiducia nel progresso. E la speranza nel sol dell’avvenir.

I fascisti spesso lo minacciavano e una volta finirono col dargli un fracco di botte.

Arturo morì ancora giovane in seguito a un incidente e dicono che il giorno del suo funerale, alcune camicie nere fermassero un coinquilino del Casamento(¹) che la sera tornava in bicicletta dopo essere stato a morosa alla Cricca. Gli si pararono davanti all’improvviso sbucando da dietro i pilastri del cancello dei Due Leoni (²). Avevano il fez e delle facce da paura, avevano la cimice all’occhiello. Gli bloccarono il manubrio della bici e gli chiesero:

- Sei te, Arturo M.?

Me no. Io sono Tarabusi, Tarabusi Olindo sono. E Arturo è morto. Oggi c’è stato il trasporto. Guardate mo lì.

E indicava le macchie tonde sgocciolate dai ceri e poi rapprese sulla polvere della strada, che luccicavano come monete alla luce della luna.

Ah, è belle morto? Meglio così, che se no stanotte ci pensavamo poi noi.

Queste cose qui le ho sentite raccontare in famiglia. E invece ho visto proprio io, coi miei allora giovanissimi occhi, le irruzioni della polizia fascista in casa di mia nonna, che intanto si era trasferita in via dei Maceri. Le perquisizioni si svolgevano quindici o sedici anni dopo che nonno Arturo se ne era andato, morto prima che facessi in tempo a conoscerlo. La mattina presto, entravano nella stanza dove ancora dormivo, tre o quattro uomini molto maleducati, che, senza neanche salutare, si mettevano a frugare dappertutto come fossero in casa loro. Spalancavano l’armadio, scompigliavano i cassetti del comò, frugavano nella cassapanca e una volta bucarono ( con i pugnali?) un sacco in angolo e le patate che c’erano dentro rotolarono dappertutto sul pavimento e sotto il letto.

Cosa cercate? Non c’è gnente, non c’è gnente, si affannava mia nonna.

Be’, capirete bene che un nonno così, per una giovane mente, diventa subito un eroe, un mitico spadaccino del Savena, oltretutto quasi preciso a Zorro per via della capparella, un figura che influenzerà per tutta la vita sua nipote, la quale, nel segreto dell’urna, ha sempre faticosamente cercato di votare per quelli che le sembravano i più degni eredi di quel nonno socialista. E solo Dio sa quanto, col passare del tempo, si sia fatta difficile la scelta e improbabili gli eredi.

Poi, di recente, succede che nel prato tra le vie Allende e Neruda si è deciso di costruire delle autorimesse e distruggere una delle poche aree verdi rimaste. Da quando la voce si è sparsa , e si vede che è arrivata fin làssù, mio nonno viene quasi tutte le notti a tirarmi per i piedi. Dice che quel prato lì lui se lo ricorda benissimo, che ci andava da cinno con una banda di amichetti a rubare la frutta sugli alberi, che c’erano ciliegie e pesche e albicocche (che lui chiama mugnaghe) che così buone facevano solo lì. E anche dopo, diventato un giovanotto, ci andava la sera, in quel prato, ad amoreggiare sotto le stelle.

E poi vuole sapere perché si fanno altre autorimesse in un quartiere dove ce n’è già anche troppe, perché si abbattono gli alberi a Bologna , che con tutti i palazzoni che ci hanno tirato su e che ancora stanno facendo e con tutte le strade, superstrade, svincoli, rotonde, bretelle è diventata un forno di cemento dove d’estate i vecchi crepano come mosche per effetto di quella cosa che chiamano isola di calore.

E si fa sempre più insistente, il nonno e vuole sapere se anch’io ho votato per quelli che permettono che si buttino giù gli alberi e si distrugga il verde, se ho votato per quelli che incoraggiano l’uso dell’auto e invece di preoccuparsi dell’aria avvelenata, si preoccupano di chi ne ha tre o quattro di automobili e non sa dove metterle, poverino. E si adoperano per quegli altri, che, non fidandosi delle banche, preferiscono investire nel mattone se c’è una buona occasione come questa della legge Tognoli: terreno gratis, contributi dello stato, niente tasse e nessun onere di urbanizzazione. Di contro, quelli che usano l’ autobus si piglino pure un colpo di sole per andare alla fermata senza più l’ombra degli alberi che gli para la testa!

E’ furibondo Arturo, e io cerco di spiegargli:

- Nonno, te sei un massimalista. Le ideologie non son mica più di moda, veh… adesso c’è la real politik …
- La… che?
-Real politik, ripeto, ma a sentire queste due parole, lui a momenti si mette a piangere, così gli dico:
-Stai tranquillo che ci sono ancora i valori, però…

Quali valori? ha abbaiato lui. Quelli che si mettono in banca ?

Note:

(1) Una vecchia casa plurifamiliare che c’è ancora in via degli Stradelli Guelfi

(2) Villa Cavallina, in via degli Stradelli Guelfi. Mia nonna la chiamava dei due leoni. La villa c’è ancora: i due leoni in arenaria, sui pilastri del cancello, oggi sembrano piuttosto due torsoli di mela.

(Mirella Giordani, 1 settembre 2009)