Il romanzo “Clelia, ossia Bologna nel 1833”, edita nel 1845, non dedica solo ampio spazio alla Certosa come teatro di amori impossibili o quale luogo della memoria, ma anche quello degli affetti personali:
“…Nell’asilo della morte è là ove meglio s’intende che cosa sia la vita. Oh quante audaci speranze, quanti sublimi pensieri, quante ambizioni deluse o sodisfatte, quanto moto e clamore di affannate vicende, si ridussero in silenzio sotto un palmo di terreno! Ma quel silenzio ha un’ anima; e dove son tombe ivi è tuttavia alta ragione di esistenza. Lor mercè la presente generazione corrisponde con quelle che passarono e passarono: un arcano legame congiunge la creta animata con quella che fu, la creta che parla e si agita in dolorose e continue vicissitudini d’odio e d’amore, con quella Che ha cessato di soffrire e riposa. E quando una pietra sia posta per consacrare la ricordanza di virtù Cittadine, e l’arte umana co’ sovrani lavori sopra vi renda immortale la sembianza dei prodi, o vi scolpisca china la fronte, spenta la face, dimesse le ali, il genio dei sepolcri che piange, allora dai sacri marmi il sentimento della patria e della religione alte ed arcane cose favella, e i figli ed i nipoti quivi possono ispirarsi al nobile esempio dei padri – Vuoi tu vedere se forte e grande sia un popolo? guarda alle sue tombe. (…)

Santino funerario bolognese della seconda metà dell'800
Nello spazioso campo che sta in mezzo del perfetto riquadro di logge superbe, hanno tumulo i fanciulli che non toccarono il settimo anno della età: felici che della vita non videro che l’aurora! Il terreno è sparso all’intorno di erbe odorifere e di vaghi mirteti, e sulla lapide che li ricopre fa malinconica e dolce ombra il salice, i cui rami, simbolo delle lagrime, s’abbassano tino a lambire il giallo fiore che sorge agli orli della pietra. Sotto quel salice, tra quella pioggia di rami, sciolta le treccie, in atto di dolore tu veder puoi in quel dì la desolata madre che prega e sospira al pargoletto cui la morte, ahi troppo crudelmente, le rapì dal seno innamorato: e forse a lei d’ accanto v’è inginocchiato un fanciullo che ha lunga e inanellata la chioma d’oro, che tien piegate le mani, e col zaffiro degli occhi al cielo rivolto, sorride – sorride al fratello che il guarda dal Paradiso. L’ innocenza sta in mezzo circondata dalla virtù. Il grandioso portico, abbellito d’una tribuna che è detta la cappella dei suffragi, nelle faccie di ogni arco mostra magnifici monumenti innalzati a coloro che più si distinsero per esemplar vita, per dignità, e per qual si voglia maniera di studi e di arti. l monumenti dei Caprara, dei Malvezzi, degli Albergati, dei Zambeccari sovra gli altri cospicui primeggiano.”

Santino funerario bolognese della seconda metà dell'800