Un nonno un prato
- Autore: mira
- Luogo: via Allende
Mio nonno si chiamava Arturo e stava alla Croce del Biacco, poco lontano da dove adesso abito io, in via Allende, che allora però non c’era la via Allende e nemmeno le altre strade c’erano, non c’erano i palazzoni né il centro commerciale, né niente. Qua era tutta campagna.
Era socialista mio nonno e diffondeva la stampa clandestina dappertutto qui intorno, alla Borgatella e alla Pulce di San Lazzaro,a Idice, a Osteria Nuova, alla Quaderna, alla Colunga, a Quarto. D’inverno, per difendersi dalla galaverna, si metteva la capparella e si calcava in testa un cappellaccio, che di lui si vedeva solo il naso – dicono avesse un gran naso – e via a pedalare per cavedagne e sentieri bianchi di neve o di brina per portare fino ai più isolati casolari tutte le più belle idee di giustizia e libertà. E la fiducia nel progresso. E la speranza nel sol dell’avvenir.
I fascisti spesso lo minacciavano e una volta finirono col dargli un fracco di botte.
Arturo morì ancora giovane in seguito a un incidente e dicono che il giorno del suo funerale, alcune camicie nere fermassero un coinquilino del Casamento(¹) che la sera tornava in bicicletta dopo essere stato a morosa alla Cricca. Gli si pararono davanti all’improvviso sbucando da dietro i pilastri del cancello dei Due Leoni (²). Avevano il fez e delle facce da paura, avevano la cimice all’occhiello. Gli bloccarono il manubrio della bici e gli chiesero:
- Sei te, Arturo M.?
Me no. Io sono Tarabusi, Tarabusi Olindo sono. E Arturo è morto. Oggi c’è stato il trasporto. Guardate mo lì.
E indicava le macchie tonde sgocciolate dai ceri e poi rapprese sulla polvere della strada, che luccicavano come monete alla luce della luna.
Ah, è belle morto? Meglio così, che se no stanotte ci pensavamo poi noi.
Queste cose qui le ho sentite raccontare in famiglia. E invece ho visto proprio io, coi miei allora giovanissimi occhi, le irruzioni della polizia fascista in casa di mia nonna, che intanto si era trasferita in via dei Maceri. Le perquisizioni si svolgevano quindici o sedici anni dopo che nonno Arturo se ne era andato, morto prima che facessi in tempo a conoscerlo. La mattina presto, entravano nella stanza dove ancora dormivo, tre o quattro uomini molto maleducati, che, senza neanche salutare, si mettevano a frugare dappertutto come fossero in casa loro. Spalancavano l’armadio, scompigliavano i cassetti del comò, frugavano nella cassapanca e una volta bucarono ( con i pugnali?) un sacco in angolo e le patate che c’erano dentro rotolarono dappertutto sul pavimento e sotto il letto.
Cosa cercate? Non c’è gnente, non c’è gnente, si affannava mia nonna.
Be’, capirete bene che un nonno così, per una giovane mente, diventa subito un eroe, un mitico spadaccino del Savena, oltretutto quasi preciso a Zorro per via della capparella, un figura che influenzerà per tutta la vita sua nipote, la quale, nel segreto dell’urna, ha sempre faticosamente cercato di votare per quelli che le sembravano i più degni eredi di quel nonno socialista. E solo Dio sa quanto, col passare del tempo, si sia fatta difficile la scelta e improbabili gli eredi.
Poi, di recente, succede che nel prato tra le vie Allende e Neruda si è deciso di costruire delle autorimesse e distruggere una delle poche aree verdi rimaste. Da quando la voce si è sparsa , e si vede che è arrivata fin làssù, mio nonno viene quasi tutte le notti a tirarmi per i piedi. Dice che quel prato lì lui se lo ricorda benissimo, che ci andava da cinno con una banda di amichetti a rubare la frutta sugli alberi, che c’erano ciliegie e pesche e albicocche (che lui chiama mugnaghe) che così buone facevano solo lì. E anche dopo, diventato un giovanotto, ci andava la sera, in quel prato, ad amoreggiare sotto le stelle.
E poi vuole sapere perché si fanno altre autorimesse in un quartiere dove ce n’è già anche troppe, perché si abbattono gli alberi a Bologna , che con tutti i palazzoni che ci hanno tirato su e che ancora stanno facendo e con tutte le strade, superstrade, svincoli, rotonde, bretelle è diventata un forno di cemento dove d’estate i vecchi crepano come mosche per effetto di quella cosa che chiamano isola di calore.
E si fa sempre più insistente, il nonno e vuole sapere se anch’io ho votato per quelli che permettono che si buttino giù gli alberi e si distrugga il verde, se ho votato per quelli che incoraggiano l’uso dell’auto e invece di preoccuparsi dell’aria avvelenata, si preoccupano di chi ne ha tre o quattro di automobili e non sa dove metterle, poverino. E si adoperano per quegli altri, che, non fidandosi delle banche, preferiscono investire nel mattone se c’è una buona occasione come questa della legge Tognoli: terreno gratis, contributi dello stato, niente tasse e nessun onere di urbanizzazione. Di contro, quelli che usano l’ autobus si piglino pure un colpo di sole per andare alla fermata senza più l’ombra degli alberi che gli para la testa!
E’ furibondo Arturo, e io cerco di spiegargli:
- Nonno, te sei un massimalista. Le ideologie non son mica più di moda, veh… adesso c’è la real politik …
- La… che?
-Real politik, ripeto, ma a sentire queste due parole, lui a momenti si mette a piangere, così gli dico:
-Stai tranquillo che ci sono ancora i valori, però…
Quali valori? ha abbaiato lui. Quelli che si mettono in banca ?
Note:
(1) Una vecchia casa plurifamiliare che c’è ancora in via degli Stradelli Guelfi
(2) Villa Cavallina, in via degli Stradelli Guelfi. Mia nonna la chiamava dei due leoni. La villa c’è ancora: i due leoni in arenaria, sui pilastri del cancello, oggi sembrano piuttosto due torsoli di mela.
(Mirella Giordani, 1 settembre 2009)



















settembre 22nd, 2009 at 11:00
Complimenti.
Avercene di ricordi cosi’.
settembre 23rd, 2009 at 14:53
commovente, esaltante, malinconico, dilettevole, amaro… a rileggerlo, sono sicuro che ogni volta se ne troveranno altre di parole come queste, ma i pensieri, quelli, rimarranno gli stessi: ma dov’è che abbiamo sbagliato? quando? come? e soprattutto: perchè?..
anch’io vengo da una famiglia che ha subìto la persecuzione fascista, e anch’io ho il mio piccolo tesoro di ricordi familiari. solo che il tempo passa e sembra che la moneta che ha fatto grande quel tesoro, sia ormai irrimediabilmente “fuori corso”… il nero ora usa cangiare in verde, in azzurro, in tricolore.. anche se i fascisti, quelli col fez, almeno quelli, non li abbiamo più..
dolore e amore per Arturo,
onore, rispetto ed amicizia per tutti quelli che vorranno seguirne l’esempio.. chissà che alla fine non tornino ad essere in tanti