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Altrove in città

Piero Dall'Occa e Piero Orlandi

“Piero: – Mi sembra di essere all’estero.

Vittoria: – Pensa che strano, a me la stessa sensazione me la dai tu.”

Michelangelo Antonioni, L’Eclisse, 1962

via san felice Altrove in cittàPer ciascuno di noi ci sono angoli in ogni città su cui lo sguardo, come catturato, si attarda un momento di più, e all’improvviso ci suggeriscono associazioni impensate, immagini di altri luoghi, ci spingono lontano dal solito, dall’ovvio, dal quotidiano.

Itesti e le fotografie presenti su questa mappa tematica  sono tratti dal libro di Piero Dall’Occa e Piero Orlandi, Altrove in città (AGE, Bologna, 2000), dove sono raccontati alcuni di questi viaggi immaginari. Lo scenario è sempre Bologna.

Il partito preso della città

Dice Benjamin che “sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare”. Non saprei definire esattamente la ricetta con cui si attinge a questa capacità, ma dovrebbero esserci dentro, tra le altre sostanze, dosi equivalenti di curiosità e – al contrario – anche di distrazione.
Di quella particolare distrazione che sta nell’esser soprapensiero, ovvero concentratissimi in qualcosa che non è lì, come un ricordo di altri luoghi, di altre immagini urbane e dei sentimenti struggenti che portano con sé. E’ l’ingrediente del verbo inglese wander:  girovagare, vagabondare, ma anche divagare. In italiano non c’è questo termine plurifunzionale, forse perché manca questo concetto, questa abitudine. Noi abbiamo la passeggiata, che però sottintende qualcosa di più organizzato, rispettabile, borghese. La passeggiata poi è spesso in compagnia, ed in questo caso porta con sé un chiacchiericcio da comare, un carico pesante di confidenze e pettegolezzo, un trattare i luoghi che si attraversano come sfondi, come orpelli, tutt’al più come amenità paesaggistiche, bellezze naturali. Questo atteggiamento mortifica l’esperienza del girovagar divagando, perché fa potentemente risaltare ciò che è locale, evoca la sua presenza imponente, indistruttibile, imperitura, ingombrante, onnivora.
Dell’indispensabile ingrediente della curiosità ci fece l’elogio Paul Léautaud nel suo Passatempi, dedicato alla solitudine, ottima compagna delle passeggiate urbane. “Immischiarsi in quel che non ci riguarda, origliare alle porte, guardare dalle finestre per vedere quello che succede nelle case, seguire gli altri per strada per sentire quello che dicono, [...] è così che s’impara qualcosa nella vita.” Ma dobbiamo esser pronti a esercitare la nostra curiosità su frammenti di cose, spiragli di porte e finestre, su immagini odori e rumori casuali incoerenti improvvisi inspiegabili. “Sull’asfalto che egli calpestava i suoi passi destavano un’eco”, racconta Benjamin del contadino che lo accompagna al giardino zoologico, “la luce a gas che illuminava il selciato spandeva su quel terreno un chiarore ambiguo”. Sono le qualità di questa eco e di questo chiarore che fanno esplodere le rivelazioni importanti sulla nostra città, sul nostro amore per essa.
Il metodo è lo stesso che descrisse Francis Ponge in un suo libretto, Il partito preso delle cose. Le cose vogliono contare, esistere, parlare, anche senza di noi. Essere frammenti, innanzitutto, e rigorosamente. Frammenti di città. Niente a che vedere con la continuità, la coerenza, il contesto. Impossibile convivenza. Frammenti da cui emerge con forza l’impossibilità di una descrizione oggettiva. Sono frammenti di luoghi sottratti alla loro utilità, restituiti alla loro libertà e al loro senso poliedrico, infinito, sfuggente. Sottratti anche al linguaggio e alle sue catene. Il loro partito preso è di voler contare per se stessi, contro di noi, contro il nostro sforzo di omologazione, di utilizzazione.

Raccogliere queste folgorazioni urbane è come descrivere il partito preso della città.