La città delle acque

Porto di Bologna inizio 9001 La città delle acque

Felsina etrusca e poi Bononia traevano la loro alimentazione idrica dal torrente Aposa che attraversa naturalmente la città da sud a nord.

L’acquedotto romano era alimentato in gran parte dal torrente Setta che fornisce tuttora l’acquedotto bolognese collocandosi tra il corso dell’Aposa a est e il canale di Reno a ovest.
Il primo impianto del sistema idraulico artificiale bolognese risale alla fine del secolo XII: vennero infatti costruiti in quel periodo due grandi manufatti, composti ciascuno da chiusa e canale in muratura, per dirottare verso la città le acque del fiume Reno e del torrente Savena, che sgorgano dall’Appennino e scendono naturalmente appena fuori dalle mura cittadine, il Reno a ovest, il Savena a est. La captazione del Reno fu la prima in ordine di tempo in ragione della sua maggiore portata e della costanza di afflusso nelle diverse stagioni, rispetto al carattere torrentizio del Savena.
L’intento di queste opere non era puramente e semplicemente quello di riempire il fossato che correva attorno alla cinta muraria appena ampliata, si volevano anche correggere gli effetti negativi sulla navigabilità dei grandi interventi di bonifica disposti a partire dai primi anni del XII secolo. Questi interventi erano stati attuati per dare spazio alle colture dei cereali e della vite e anche per fare fronte alle grandi inondazioni periodiche. Prima di questi interventi il paesaggio a nord di Bologna era dominato dalla vasta palude detta “Padusa” che, andando verso il mare, si confondeva con il delta del Po. La palude venne ristretta drasticamente col risultato di escludere Bologna dalla navigazione verso l’Adriatico. Da qui l’esigenza di creare dei canali artificiali che rimettessero in comunicazione la città con i corsi d’acqua ancora navigabili. Con le due opere di captazione del Reno e del Savena i canali entravano in città, alimentavano gli opifici idraulici grandi e piccoli e finalmente si univano nel tratto di alveo detto “il Cavaticcio” presso Porta Lame. Il canale che ne risultava prendeva il nome di canale Navile e proseguiva poi verso nord dove si immetteva nell’antico impianto navigatorio. Le imbarcazioni poterono  così entrare in città: verso la metà del XIII secolo si poteva fare scalo al vecchio porto di Corticella, dove cominciavano le valli, e a quello di Maccagnano, più vicino alla città. Ma solo molto più tardi, a metà del XVI secolo vennero realizzati il porto cittadino e i sostegni atti a superare il forte dislivello che il canale doveva affrontare nelle immediate vicinanze della città a nord.
Il risultato positivo delle opere della fine del XII secolo non consisteva solo nella navigabilità: per la prima volta Bologna, in un momento di grande espansione complessiva, poteva contare sull’acqua come forza motrice. Rapidamente si insediarono decine di piccoli mulini da grano mossi da ruote idrauliche. Ancora, nel XIII secolo il territorio urbano si dilatò di 4/5 volte, con la costruzione di una cinta muraria che inglobava nella città aree coltivate e borghi rurali. La crescita demografica e lo sviluppo di talune industrie (lana e metalli) imposero la riorganizzazione degli spazi interni: la macinazione dei cereali venne concentrata in un luogo circoscritto (il canale delle Moline) con un numero ridotto di impianti molto più potenti. Nell’area settentrionale apparvero le ruote dei folloni, in quella meridionale quelle dei magli.
Questa fase di primo impianto si concluse nella seconda metà del secolo XIII. In quel contesto, un secolo più tardi, si inserì una fondamentale innovazione tecnica: l’applicazione della ruota idraulica al mulino da seta.
A circa due secoli dalla sua costruzione (nel XIV secolo) il sistema alimentava 50/60 ruote idrauliche. Le tecniche venivano perfezionate continuamente, nuovi opifici sorgevano ma a questo punto il sistema cominciò a evidenziare i propri limiti: scarso spazio per costruire nuovi rami del canali; insufficienza della portata dei canali esistenti.
L’innovazione che ristrutturò il sistema e ridisegnò l’organizzazione industriale urbana è rappresentata dalla chiavica e dal suo “incontro” con la cantina. In sostanza si trattava di derivare le acque dal canale e portarle ad ambienti produttivi sotterranei. Mentre la prima innovazione (la canalizzazione) è riscontrabile in diversi altri centri urbani nella pianura padana come supporto all’industrializzazione, la seconda innovazione (la chiavica), con gli effetti importantissimi di crescita e diversificazione produttiva è caratteristica solo di Bologna. Infatti mentre nelle zone rurali le attività si installavano vicino all’acqua, in città era l’acqua che veniva portata capillarmente ai luoghi di produzione, le cantine, nelle quali erano state collocate le ruote idrauliche.
Le ruote dunque, durante il XV secolo si spostarono dal corso dei canali alle cantine di case a loro volta interamente trasformate in opifici, in quanto il motore in cantina trasmetteva energia a meccanismi che stavano ai piani di sopra. Il modello del filatoio da seta, la cui tecnica era custodita gelosamente -lo spionaggio industriale era punito con la morte- è visibile presso il Museo del Patrimonio Industriale.
Parallelamente lo stesso sistema dei canali prese a funzionare come acquedotto. L’acqua era presa dalle chiaviche e distribuita in un’area molto ampia della città, grazie alla pendenza naturale del territorio urbano. Le chiaviche erano collocate poco al di sotto del livello del suolo: i condotti attraversavano le cantine all’altezza del soffitto. E qui venivano installate le ruote, sempre orizzontali, ma più piccole e non più a pale, ma a cassetti.
Un’altra importante innovazione, era rappresentata dal chiavicotto, cioè il condotto che raccoglieva l’acqua utilizzata nelle cantine e, sfruttando la pendenza naturale del suolo permetteva di fare defluire e riportare in superficie quelle acque reimmettendole nei canali ed alimentando così altri opifici prima dell’uscita dalla città
Nel 1480 Benedetto Morandi affermava che “nessuna città ha guadagnato e guadagna tanto dal corso naturale di un fiume quanto Bologna dal corso artificiale di un canale”. Questa opinione era certamente fondata, infatti Bologna in età moderna disponeva del più importante sistema di sfruttamento dell’energia idraulica a fini produttivi in Europa.Verso la fine del Seicento erano attivi circa 130 opifici idraulici (in gran parte mulini da seta) con 400 ruote. In un primo momento gli impianti si trovavano lungo tutta la rete dei canali, in seguito si concentrarono nella parte nord-occidentale, mentre i canali della parte orientale rifornivano gli impianti che utilizzavano l’acqua come elemento del processo produttivo (tintorie e concerie). In sostanza si distinsero in modo netto le funzioni del canale di Reno (energia idraulica) da quelle del canale di Savena (usi industriali dell’acqua). Anche lo spazio extraurbano era coinvolto: infatti il canale di Savena alimentava alcuni mulini da grano, come quello di Reno e inoltre le chiaviche erano impiegate per irrigare gli orti e soprattutto per alimentare i maceri da canapa.
L’ostacolo principale al miglioramento del sistema era la limitatezza della portata, per cui tutti gli interventi erano finalizzati a ridurre al massimo la quantità d’acqua necessaria a fornire energia motrice: il mulino da seta perfezionato aveva bisogno di pochissima acqua. La concentrazione in città dell’industria serica ebbe due conseguenze contradditorie: da un lato promosse l’innovazione tecnica, dall’altro contribuì alla decadenza dell’industria stessa: sempre più evidente fu il contrasto tra l’esigenza industriale e la necessità di macinare grano per l’aumentato fabbisogno alimentare; d’altro canto l’industria serica iniziò a declinare nella seconda metà del XVII secolo, in coincidenza con la fine della grande epoca delle innovazioni.
Sempre di più nel corso del XVIII e del XIX secolo l’impiego dell’acqua in città va verso la trasformazione dei prodotti agricoli, soprattutto pile da riso, ma anche cartiere, pile da miglio, gualchiere ecc., definendo sempre più Bologna come capitale di un’area agricola. D’altro canto le ruote idrauliche cominciarono ad essere utilizzate in città per produrre energia elettrica, dapprima per abitazioni e esercizi commerciali della zona circostante, poi anche per alimentare ospedali, come l’Istituto Ortopedico Rizzoli, con i primi apparecchi radiografici. Sempre di più poi, i canali servirono a smaltire le acque nere.
E’ in questa temperie, in un clima positivistico ancora molto lontano dalle preoccupazioni di salvaguardia dei centri storici che caratterizzano gli anni attuali, che fu varato nel 1885 un piano regolatore, divenuto legge nel 1889 che, in nome della “salubrità delle abitazioni, del comodo delle comunicazioni e dell’abbellimento della città”, cambiò la fisionomia del territorio urbano cancellando progressivamente le tracce dell’uso industriale e civile dell’acqua, producendo una nuova città priva di una dimensione acquatica  che era stata visibile per molti secoli. Nel 1914 si iniziò la costruzione di una rete fognaria moderna e contemporaneamente furono avviate opere di bonifica igienica, ricoprendo larghi tratti di canale e aprendo importanti arterie come via Roma, oggi Marconi. La tendenza a cancellare la memoria dell’acqua in città ha caratterizzato la pianificazione urbanistica bolognese durante il nostro secolo fino a tutti gli anni settanta, durante i quali i pochi metri di canale rimasti scoperti sono stati intombati. Solo di recente la tendenza si è invertita e alcuni suggestivi affacci sul canale sono stati riaperti.