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Marino Dalmonte

martedì, maggio 15th, 2012

Marino Dalmonte nacque ad Imola il 22 luglio 1923.Entrato nella resistenza emiliana, si era distinto in numerosissime azioni nella provincia di Bologna.

Marino preferì morire arso vivo all’interno di un caseggiato circondato dai tedeschi piuttosto che arrendersi al nemico.Morì  insieme al compagno Rino Ruscello.

Per questo motivo nel 1968 gli è stata assegnata la medaglia d’oro al valore militare e gli è stata attribuita una strada a Bologna.  

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Marino Dalmonte

        

Il sepolcro dell’Abate Fortis

domenica, febbraio 19th, 2012

La Certosa non è solo teatro di amori immaginati, ma anche di amori veri, che possono sfociare in gesti estremi. Il testo proposto fa parte del volume “Amore e i sepolcri” di Davide Bertolotti, edito a Milano nel 1823. Bertolotti dopo aver descritto il suicidio sulla tomba della cantante Maria Brizzi, prosegue descrivendo un amore che più che sentito appare ‘di convenienza’:
“…men gagliardo fu il dolore che trasse una damigella Sofia parigina ad andare per molto tempo a sparger pianto sul sepolcro dell’Abate Fortis, bibliotecario di Bologna, di cui ell’era l’amica. Un erculeo amatore rasciugò in fin del conto le lagrime della sentimentale donzella.” Una parziale conferma di questa storia è presente anche nella guida Zecchi della Certosa, edita tra 1825 e 1828: “Monumento di Alberto Fortis padovano innalzatogli da Sofia Sellier di lui erede. Questo uomo assai benemerito delle Lettere, e delle Scienze fu in Bologna Bibliotecario dell’Università, Segretario dell’Accademia dell’Instituto, facondo scrittore di cose naturali; e lasciò di se tale memoria da essere sempre in onore presso coloro che sanno. Visse 62 anni, e morì li 21 Ottobre del 1803. Il monumento è dipintura del valente Luigi Cinni.”

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L'incisione che riproduce il monumento dell'Abate Fortis nella guida Zecchi del 1825-28

Le sculture: la “Desolazione”

domenica, febbraio 19th, 2012

Le sculture presenti nel cimitero non solo servono a ricordare volti e affetti delle famiglie bolognesi, ma spesso si trasformano in emblemi della cultura o ancor più si caricano di aspetti morali e storici. Nella cappella Gregorini Bingham è presente una delle versioni della celebre Desolazione, scolpita dal ticinese Vincenzo Vela, e datata 1875. Tale fu l’importanza di questa scultura che Antonio Fogazzaro vi dedicherà parole memorabili ne “Il Dolore nell’Arte – Discorso”, edito a Milano dalla Casa editrice Baldini e Castoldi nel 1901.

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Desolazione. Cappella Gregorini Bingham, la scultura rappresenta la "Desolazione", firmata dallo scultore Vincenzo Vela (1820-1891) in basso a sinistra

“…Una giovine donna, bellissima, dai capelli scomposti, dalle vesti cadenti, siede là sopra un alto seggio, piegato il busto gentile in avanti, puntati i gomiti alle ginocchia, strette le guance fra i pugni chiusi, fissi gli occhi torbidi nel vuoto. Il viso rivela una intelligenza forte che affonda nella follia. Nessuna cura stringe più costei nè del mondo né di sé. Nessun vivente presuma, per esserle stato caro, poterle recar conforto.
Ella non torcerebbe un momento gli occhi suoi avidi dalla visione di angoscia che la impietra; e tuttavia ci balena che possa repente balzar dal seggio con uno strido, avventarsi là dove guarda, tanto potente vita spirò nel marmo il grande artista che le pose nome «Desolazione». (…) Ma non è nel vento, è sulle labbra silenziose della bella creatura di marmo che ci si disegna la prima parola del mistero. (…) S’ella fosse raffigurata nell’atto del pregare o del piangere, di una emozione insomma tenera e calda, si direbbe che l’attitudine sua genera il sentimento nostro; ma non è così. Il dolore e l’amore di lei, compenetrandosi a vicenda, si sono indurati in un’angoscia torva, senza tenerezza, senza fiamma. È forse la leggiadria del volto e del corpo che può tanto sopra di noi? No, la sua bellezza è troppo cupa, troppo sinistro il disordine dei suoi capelli e delle sue vesti.
La potenza sua fascinatrice è nella grandiosità del suo dolore impersonale, senza nome.
Ella non è una madre, non è un’amante, è il dolore stesso, è l’idea pura, fatta marmo, dell’universale dolore, del dolore che oscura presto o tardi ogni vita umana. (…) Pure, se io potessi evocare dai morti Vincenzo Vela, l’artefice sovrano, e interrogarlo, egli mi risponderebbe di non avere pensato mai a una bellezza del soffrire.”

La letteratura epigrafica: il Cippo Cornacchia

domenica, febbraio 19th, 2012

Grande importanza riveste la ricca letteratura epigrafica, sia per la memoria collettiva, sia per gli affetti personali. Spesso i testi rientrano in una ‘letteratura funeraria’ quasi standardizzata, ma spesso compaiono brani tragici, allegri o curiosi.

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Il ritratto di Mario Cornacchia eseguito dallo scultore Alessandro Massarenti

Il Cippo Cornacchia, realizzato verso il 1890 dallo scultore Alessandro Massarenti nel Chiostro VII, racconta una delle storie più drammatiche tra quelle documentate nel vasto catalogo di epigrafi e sculture del cimitero bolognese. Sul lato verso il portico l’iscrizione recita: Qui giacciono Mario Cornacchia, poeta sorgente, nobile d’animo e d’ingegno, rapito a 20 anni all’arte all’amore. Silvia Ripa e Fortunato Cornacchia, coniugi, i quali non potendo sopravvivere all’adorato figliuolo, vollero insieme seguirlo nel sepolcro. Quante speranze quanto dolore quanta pietà, questo avello racchiude. Sull’obelisco, in primo piano, è collocato il ritratto del figlio, mentre ai lati sono riprodotti, con crudo realismo, le fisionomie dei genitori dopo l’atto suicida. Su tutto si impone, come mesto guardiano e testimone, un bellissimo angelo che regge un cartiglio con la scritta Ars et Amor.

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Lo scultore Alessandro Massarenti è chiamato a ritrarre anche i genitori dopo il gesto suicida

La Certosa e gli affetti personali

domenica, febbraio 19th, 2012

Il romanzo “Clelia, ossia Bologna nel 1833”, edita nel 1845, non dedica solo ampio spazio alla Certosa come teatro di amori impossibili o quale luogo della memoria, ma anche quello degli affetti personali:
“…Nell’asilo della morte è là ove meglio s’intende che cosa sia la vita. Oh quante audaci speranze, quanti sublimi pensieri, quante ambizioni deluse o sodisfatte, quanto moto e clamore di affannate vicende, si ridussero in silenzio sotto un palmo di terreno! Ma quel silenzio ha un’ anima; e dove son tombe ivi è tuttavia alta ragione di esistenza. Lor mercè la presente generazione corrisponde con quelle che passarono e passarono: un arcano legame congiunge la creta animata con quella che fu, la creta che parla e si agita in dolorose e continue vicissitudini d’odio e d’amore, con quella Che ha cessato di soffrire e riposa. E quando una pietra sia posta per consacrare la ricordanza di virtù Cittadine, e l’arte umana co’ sovrani lavori sopra vi renda immortale la sembianza dei prodi, o vi scolpisca china la fronte, spenta la face, dimesse le ali, il genio dei sepolcri che piange, allora dai sacri marmi il sentimento della patria e della religione alte ed arcane cose favella, e i figli ed i nipoti quivi possono ispirarsi al nobile esempio dei padri – Vuoi tu vedere se forte e grande sia un popolo? guarda alle sue tombe. (…)

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Santino funerario bolognese della seconda metà dell'800

Nello spazioso campo che sta in mezzo del perfetto riquadro di logge superbe, hanno tumulo i fanciulli che non toccarono il settimo anno della età: felici che della vita non videro che l’aurora! Il terreno è sparso all’intorno di erbe odorifere e di vaghi mirteti, e sulla lapide che li ricopre fa malinconica e dolce ombra il salice, i cui rami, simbolo delle lagrime, s’abbassano tino a lambire il giallo fiore che sorge agli orli della pietra. Sotto quel salice, tra quella pioggia di rami, sciolta le treccie, in atto di dolore tu veder puoi in quel dì la desolata madre che prega e sospira al pargoletto cui la morte, ahi troppo crudelmente, le rapì dal seno innamorato: e forse a lei d’ accanto v’è inginocchiato un fanciullo che ha lunga e inanellata la chioma d’oro, che tien piegate le mani, e col zaffiro degli occhi al cielo rivolto, sorride – sorride al fratello che il guarda dal Paradiso. L’ innocenza sta in mezzo circondata dalla virtù. Il grandioso portico, abbellito d’una tribuna che è detta la cappella dei suffragi, nelle faccie di ogni arco mostra magnifici monumenti innalzati a coloro che più si distinsero per esemplar vita, per dignità, e per qual si voglia maniera di studi e di arti. l monumenti dei Caprara, dei Malvezzi, degli Albergati, dei Zambeccari sovra gli altri cospicui primeggiano.”

Cimitero clelia3 199x300 La Certosa e gli affetti personali

Santino funerario bolognese della seconda metà dell'800